Debito soffocante, inverno demografico, crescita lenta: ecco le «barche fragili», parafrasando Veronica De Romanis, con cui l’economia italiana ed europea si accingono ad affrontare le burrascose acque della nuova crisi in Medio Oriente.
Un’analisi lucida, giocata sull’intreccio tra conti pubblici, potenziale produttivo e capitale umano, ha arricchito il convegno Top500. Protagonista, la docente di Politica economica europea alla Stanford University di Firenze e alla Luiss di Roma, che ha invitato a guardare in profondità, sotto la superficie degli accadimenti geopolitici, per interrogarsi sulla tenuta a lungo termine delle economie occidentali. «La crescita rallenta in Usa e Cina, mentre l’Europa resta una somma di economie diverse, con fragilità strutturali che rendono indispensabile cercare al più presto una maggiore cooperazione», ha esordito, descrivendo l'attuale scenario segnato da «volatilità e ambiguità».
Per l'Italia, il nodo centrale, e più urgente, è il debito: «Il nostro Paese è secondo solo al Giappone», ha ricordato, «con 3.124 miliardi di euro, che si traducono in 85 miliardi l'anno di interessi da versare: molto di più di ciò che investiamo per l'istruzione delle nostre giovani generazioni. Ma il debito aumenta anche negli Stati Uniti. E gli europei sono tra i maggiori detentori di titoli americani. Quanto alle politiche commerciali statunitensi», ha aggiunto la docente, «i dazi di Trump non stanno funzionando per dare quella sferzata all'economia a stelle e strisce che si desiderava».
Eppure, ha sottolineato, «ridurre il debito si può»: lo ha già dimostrato il Portogallo, «un'economia piccola, sì, che però è riuscita a tagliarlo del 30% in poco tempo». Debiti troppo ingombranti «causano uno spazio fiscale limitato, con possibilità di manovra davvero limitata soprattutto durante le crisi», ha ribadito De Romanis. Negli ultimi due-tre anni «il governo sta attuando una correzione abbastanza vistosa e perlomeno la traiettoria del nostro debito è decrescente». Ma «la stabilità di bilancio è uno strumento, non un obiettivo: bisogna puntare alla crescita attraverso vere riforme».
«Finito l’effetto "soufflé" dei bonus a pioggia e anche dei 200 miliardi di Pnrr, prossimo al termine, si cala», ha avvertito De Romanis, evidenziando che «da tanto tempo non cresciamo». Con «1.109 miliardi di spesa pubblica annua, il problema non è la coperta corta, come ci viene continuamente raccontato, bensì la qualità della spesa. Stiamo spendendo male. Ovvero, il nostro "terreno" è poco fertile: in Grecia, un euro di investimento pubblico ne genera 4,5, da noi 2,4». Servono «priorità politiche chiare e una vera spending buona».
Su tutto pesa «il grande tema della demografia», va a conclusione la docente, «che impatta sull’economia reale». L’Italia è in fondo alla classifica delle nascite, con un Paese sempre più anziano per l'effetto incrociato delle culle vuote e della, positiva, maggiore longevità. «Non servono bonus, ma lavoro. In particolare, l’occupazione femminile sarebbe la soluzione di buona parte dei problemi. Si è dimostrato che, tra l'altro, più le donne trovano stabilità occupazionale, più sono predisposte a fare figli. Così si aumenta il Pil e i conti diventano più sostenibili». Eppure. «l'Italia non ha ancora raggiunto la soglia minima di asili nido che l’Europa si era posta nel 2010», ha ammonito. Intanto crescono gli occupati over 50, calano quelli under 34, e «gli inattivi tra 15 e 34 anni sono sempre troppi: i cosiddetti Neet sono ancora un milione e 300 mila».
«Capitale umano, a partire dalla formazione: abbiamo pochi laureati e spendiamo poco in istruzione. Quale Paese avremo nel 2031?». Lo sguardo finale è per l’Europa, «un grande progetto di pace e di successo» che, però, deve completare «l’unione bancaria, il mercato unico dei capitali, e dotarsi di un debito pubblico europeo. In un mondo instabile, la cooperazione è la condizione per navigare con barche più solide».