«All’Ue servono obiettivi condivisi e una leadership»

06 mar 2026
Massimo Mamoli intervista Romani Prodi Massimo Mamoli intervista Romani Prodi

«Resistere allo schiaccianoci tra le due grandi potenze mondiali, gli Stati Uniti e la Cina» riacquistando ruolo politico e militare. Questa deve essere la mission dell’Europa secondo Romano Prodi, economista, ex presidente del Consiglio e della Commissione Ue, che l’altra sera è intervenuto all’evento Top 500 dedicato a «L’in-dipendenza dell’Europa. Dal green deal, alla tecnologia, dall’energia alle materie prime», intervistato dal direttore de L’Arena Massimo Mamoli. «Il vecchio ordine mondiale è finito», ammette Prodi. «Non avrei mai pensato che gli Usa sancissero la fine delle regole democratiche internazionali deviando sulla guerra diretta. Il ragionamento di Trump è: noi siamo i più forti e quindi imponiamo le nostre regole. L’Europa si trova perciò in una situazione di estrema debolezza. Eppure le forze per ritagliarci un ruolo le avremmo». Dal punto di vista economico l’Ue genera 28 mila miliardi di reddito annuo, che diventano 34 includendo Svizzera e Norvegia; gli Usa di 29. «Se leggiamo il Rapporto Letta», prosegue Prodi, «apprendiamo che ogni anno l’Ue esporta 300 miliardi di euro di risparmi negli Usa, che poi i fondi americani usano per comprare le nostre imprese. Siamo dei suicidi. La mia considerazione è sempre che l’Ue è il più bel pane preparato al mondo ma ancora mezzo cotto e mezzo crudo e quindi non piace». Per questo, sottolinea l’ex presidente della Commissione europea, «oltreoceano ci prendono in giro dicendo che l’Unione è un gigante economico, ma anche un nano politico e un verme militare». Secondo Prodi occorre che i Governi del Vecchio Continente facciano la scelta se «essere europeisti e insieme stabiliscano che Europa vogliono». A livello sociale, le disparità in tutte le società mondiali, compresa la cinese, stanno aumentando in modo tale che presto arriveremo alla rottura. «La buona uscita di Musk, fa notare l’economista, equivale al reddito annuo di 22milioni e mezzo di italiani. Qualcuno che riporti equilibrio ci vuole. Pochi comandano su tutto e noi stiamo andando avanti in questa direzione. L’Ue ha dato prova di debolezza anche in questo caso: non è riuscita a far pagare le tasse alle company che gestiscono l’economia del mondo. Da qui la necessità di maggior equilibrio e giustizia», ammonisce. Sul fronte politico si aprono spiragli. La svolta sta nelle crepe che si stanno aprendo sul criterio delle decisioni comunitarie prese all’unanimità.

I rischi dell’unanimità

«In ambito Ue non abbiamo scelto, ad esempio, all’unanimità di aderire all’euro. All’inizio la moneta unica fu l’opzione per un gruppo di soli 12 Paesi. All’unanimità non si gestisce neanche un condominio e finalmente anche la Germania se ne sta accorgendo», tira le somme Prodi, che ricorda come due grandi Paesi fondatori della Comunità avessero ruoli precisi: a Bonn la leadership economica, a Parigi, potenza vincitrice del secondo conflitto mondiale, quella del diritto di veto all’Onu e del nucleare. Un equilibrio complicatissimo, perché si trattava di far convergere gli interessi di chi decide con quelli di chi ha in mano le risorse. «L’Italia ha avuto il ruolo fondamentale di cerniera tra i due grandi Paesi europei, cercando sempre di valorizzare il terreno comune su cui rafforzare l’alleanza. Ma ora, con la guerra in Iran, la posizione del nostro Paese sembra schiacciata su quella di Trump: lo lasciamo fare perché tanto siamo convinti che avrà la meglio», evidenzia Prodi. Le nostre regioni del Sud sono vicinissime alla Libia, dove a comandare sono Turchia e Russia.

«Non riusciamo nemmeno a proteggere minimamente il Mediterraneo», osserva. Così facendo la politica tricolore perde peso in un'Unione che soffre di una fortissima carenza di leadership. «L’Unione deve poter decidere in tema di difesa, politica estera e grande fiscalità, quella che riguarda le imprese, desiderose di lavorare in un contesto omogeneo e non in condizioni di concorrenza come avviene oggi», mette in chiaro. «L'Europa», conclude l’ex premier, «non si regge su piccoli aggiustamenti, ma su grandi obiettivi condivisi».

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