Come cambiano le opportunità economiche se la globalizzazione entra in crisi? Perché il sistema economico occidentale attuale non è più sostenibile? Quali possibilità si aprono adesso? Sono alcune delle domande a cui il giornalista, podcaster e analista Andrew Spannaus, americano di nascita che ha fatto sua la missione di spiegare agli italiani cosa sta succedendo oltreoceano, cercherà di rispondere con i suoi interventi durante l’appuntamento vicentino, bresciano e mantovano di Top 500, il focus annuale di Athesis e PwC Italia, che quest’anno approfondirà proprio il tema “L’Europa e la difficile transizione del mercato”.
Nel 2016 ha scritto un libro dal titolo “Perché vince Trump”. Perché vince?
Quello che cerco di fare, nei miei libri come nei miei interventi, è analizzare i processi che vengono dal basso, che spesso non vengono presi in considerazione ma che, se studiati nel modo giusto, possono aiutare a prevedere molti cambiamenti politici ed economici. La prima volta Trump ha vinto perché parlava apertamente di economia e degli errori che erano stati fatti dalla globalizzazione finanziaria e dalla politica estera. Criticava apertamente l’establishment, da cui la popolazione si sentiva abbandonata. È stato efficace, magari in modo rozzo, ma ha incanalato il malcontento degli elettori.
E la seconda volta, nel 2024?
La seconda volta si è concentrato su temi attuali, come inflazione e immigrazione, temi su cui l’amministrazione Biden aveva fatto un grosso lavoro, ma gli effetti richiedono molti anni per essere evidenti, e questo ha aiutato la comunicazione di Trump.
Perché, negli Stati Uniti, e democratici non riescono ad avere la stessa presa di Trump sugli elettori?
In Usa i democratici sono percepiti come “radical chic”, per questo non piacciono alla classe lavoratrice, che spesso ne condivide i contenuti ma non ne recepisce il messaggio. Vengono percepiti come troppo legati a temi lontani dal bisogno primario dei cittadini, e in democrazia il malcontento dei cittadini spesso è il motore principale delle elezioni. Per esempio, Kamala Harris era percepita come “troppo di sinistra”, anche se in realtà i suoi contenuti erano in linea con gli ideali di buona parte dell’elettorato. È un problema principalmente comunicativo.
Quindi Trump è un miglior comunicatore?
Trump è un comunicatore più efficace. Ha uno stile semplice, si rivolge direttamente agli istinti delle persone. Anche il solo slogan “rendere di nuovo grande l’America” nasconde in realtà un concetto molto complesso, ma è di grande impatto per la classe lavoratrice che ha permesso la rielezione di Trump.
Lei spesso parla di “rivoluzione populista”. Cosa si intende con questo, in Italia?
In Italia sono state fatte delle scelte che hanno peggiorato la situazione economica, cosa che ha aperto le porte al populismo, prima, nel 2013, sotto le vesti del Movimento 5 Stelle, e oggi con quelle della Lega. Questo perché quando la situazione economica diventa critica, le conseguenze sulla vita quotidiana dei cittadini sono immediate ed evidenti, e quindi è la prima cosa a cui rispondono.
E negli Stati Uniti invece?
Gli Stati Uniti in realtà hanno fatto una migliore sintesi del populismo rispetto all’Italia, perché Trump, rappresentante del populismo americano, è molto più aggressivo, ora anche troppo. L’atteggiamento europeo verso i populismi è più rigido rispetto a quello americano, quindi i problemi che questo movimento mette in evidenza sono presenti ancora oggi, non vengono affrontati e risolti.
Quindi il populismo in realtà non è sempre negativo?
Il populismo è utile nel momento in cui dà voce ai bisogni e al malcontento della popolazione, che le istituzioni rappresentano. Il problema è che poi non fornisce alternative, quello europeo ancor più di quello americano. Dovrebbero essere le istituzioni stesse a recepire il messaggio del populismo e ad agire di conseguenza, ma in realtà sono sempre più distaccate dai bisogni della popolazione. Che poi è la ragione primaria per cui nascono i movimenti populisti.