Contro i timori delle imprese serve il mercato unico europeo

Top 500 Verona 05 mar 2025
Enrico Letta decano della School of Politics, economics and global affairs all'IE University di Madrid e presidente dell'Istituto Jaques Delors Enrico Letta decano della School of Politics, economics and global affairs all'IE University di Madrid e presidente dell'Istituto Jaques Delors

Il sistema produttivo è consolidato, «il territorio veronese», citando Bettina Campedelli, professore nel dipartimento di Management dell'Università di Verona, «ha la capacità di affrontare le sfide che si pongono in questo periodo di difficoltà e incertezza».

È partito da qua, da un focus sulla capacità produttiva delle imprese scaligere, il viaggio dell’edizione 2025 di Top500: una fotografia sul presente, «per interpretare i riflessi locali dei principali trend macroeconomici e geopolitici, per poi alzare lo sguardo sul futuro e capirne le evoluzioni», ha aggiunto il direttore generale del Gruppo editoriale Athesis, Andrea Faltracco, tracciando il percorso della serata ospitata all’Auditorium Verdi di Veronafiera, dove una platea di 750 persone ha ascoltato imprenditori e importanti analisti, alla ricerca di una bussola per orientarsi in questo contesto globale incerto.

La presidenza Trump ha smosso lo scacchiere geopolitico, con manovre volte a congelare la guerra in Ucraina e staccare la Russia dal vero nemico degli Usa, la Cina, minacciando l'Europa e il suo sistema economico con dazi del 25%. Inevitabile che fosse questo il tema al centro dell'evento organizzato da Athesis insieme a PwC Italia, con l'Università di Verona, e ospitato nell'Auditorium Verdi di Veronafiere. Trasversale tra palco e platea un interrogativo che accomuna tutti: quale strategia devono adottare oggi le imprese?

Oltre la frammentazione

Serve un'Europa più forte. Questa la richiesta, anzi, la necessità delle imprese. Necessità che Enrico Letta, decano della School of Politics, economics and global affairs all'IE University di Madrid e presidente dell'Istituto Jacques Delors, ha sviscerato, indicando la strada da percorrere. «La frammentazione dei 27 mercati finanziari provoca un trasferimento di potere quotidiano dall'Europa agli Stati Uniti, dall'Europa a Wall Street. Ogni anno 300 miliardi di euro se ne vanno dalle tasche dei risparmiatori europei per essere investiti nel mercato americano dove si trasformano in azioni che rafforzano le imprese Usa, le quali poi tornano in Europa a comprarsi le nostre imprese con i nostri stessi risparmi. Un ciclo paradossale», ha detto Letta, presentando i risultati del suo rapporto sul futuro del Mercato Unico dal titolo «Much More than a Market».

«Allo stesso modo come può continuare un sistema nel quale noi, ogni giorno, facciamo decine di acquisti con pagamenti elettronici, che sommati per tutti i cittadini europei fanno miliardi di transazioni elettroniche. Ma siccome non esiste un mercato finanziario europeo ma esistono 27 mercati nazionali, paghiamo tutti solo e soltanto con carte di credito americane. E ogni pagamento è un trasferimento di potere dall'altra parte dell'Oceano», ha proseguito, aggiungendo che va superata anche «la frammentazione commerciale: ogni Paese ha il suo diritto commerciale e in uno stesso Paese generalmente ce ne sono di diversi. Sarebbe naturale averne uno per tutta l'Europa: una piccola impresa non può investire su 20 avvocati per capire come passare da un mercato all'altro». Ecco perché Letta ha sottolineato la necessità, in un contesto in continua evoluzione, di superare la mancanza di integrazione in tre settori chiave: mercati finanziari, energia e telecomunicazioni. «Dobbiamo creare in quei settori, giganti europei che ci tengano insieme e che siano in grado di fare in modo che si investa in beni pubblici comuni europei, quali la difesa, le infrastrutture, la transizione verde». Come si diceva, punto di partenza del «viaggio» nel quale è stato accompagnato il pubblico in platea e quello collegato online, è stato la fotografia scattata da Campedelli sulla produttività delle imprese veronesi, tra il 2018 al 2023, «anni che hanno visto crisi importanti legate a fenomeni non solo economici». I fatturati, ha spiegato Campedelli, hanno registrato dinamiche importanti, «confermando che la strutturazione delle imprese ha consentito loro di mantenere quote di mercato». E il riferimento non è solo al quadro globale, economico e politico: tra le minacce che più preoccupano oggi i Ceo delle imprese, ha detto Sandro Bicocchi, responsabile Ufficio Studi di Pwc Italia, «c'è la minor disponibilità di lavoratori con competenze chiave. In questo contesto di complessità crescente è necessario ripartire dal fattore umano all'interno delle organizzazioni». Ciò non toglie che l'incertezza geopolitica allarmi ben il 57% delle imprese. «Dalla crisi della Germania, ai dazi al costo dell'energia, che noi in Italia paghiamo dalle due alle quattro volte in più rispetto agli altri Paesi europei: ci sono forze contrapposte che si stanno scatenando nel mondo e noi ci siamo in mezzo», ha detto Denis Faccioli, vicepresidente di Confindustria Verona per l'internazionalizzazione. «È fondamentale, in questo contesto, interrogarci su quale sia la posizione dell'Europa: non c'è più tempo, è arrivato il momento di fare una evoluzione», ha aggiunto. La strada da percorrere la si può trovare nelle parole di Letta.

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