Cottarelli: «Crescita in Italia? Ridurre burocrazia e debito»

Lo scenario 28 feb 2025
Il direttore de L'Arena Massimo Mamoli ha intervistato l'economista (a sinistra) Carlo Cottarelli Il direttore de L'Arena Massimo Mamoli ha intervistato l'economista (a sinistra) Carlo Cottarelli

«L’Europa rischia l’irrilevanza se non impara a muoversi in maniera unita in un mondo globalizzato». Carlo Cottarelli, economista e direttore dell'Osservatorio sui Conti pubblici italiani dell'Università Cattolica di Milano ammonisce l’Unione ed insieme i singoli 27 Paesi che la compongono. Intervistato dal direttore de L’Arena, Massimo Mamoli, l’ex commissario straordinario alla spending review del Governo Letta, ha insistito sul bisogno di parlare con una sola voce in uno scenario internazionale agitato dalle uscite quasi quotidiane del presidente degli Usa, Donald Trump che minaccia dazi anche contro l’Europa. «Ci sarà una fase di negoziazione prima o subito dopo l’imposizione. Trump proverà a spaccare il fronte europeo, cercando un’interlocuzione con i singoli Paesi. In questa fase dobbiamo rimanere uniti anche se la Commissione Ue non è un governo europeo, ma dovrà avere il consenso di tutti i componenti», afferma. Se è praticamente certo che i dazi arriveranno, la domanda è perché tanto astio nei confronti dell’Europa, primo alleato su scala globale. Qui la risposta di Cottarelli coincide con la lettura dell’analista geopolitico Dario Fabbri, direttore di Domino. «Per la prima volta lo scenario non è dominato solo da una potenza egemone. La volontà di dialogo con la Russia per porre fine alla guerra in Ucraina è finalizzata a strappare Mosca dall’alleanza con la Cina. E i prossimi anni saranno dominati dal confronto serrato tra Usa e Pechino», ragiona Cottarelli.

«Nel 2024 l’economia cinese è stimata il 27% più grande di quella Usa e continua a crescere più della statunitense. Ma Pechino è debole sul nucleare ed in questo la Russia può venire in soccorso», afferma. «Per gli Usa avere due nemici significa dividerli, non unirli, ma negli ultimi tre anni, a causa del conflitto in Ucraina è successo l’esatto contrario. Un presidente degli Stati Uniti non è onnipotente, ma questa volta il Congresso è con Trump che si dà come priorità il congelare questo conflitto per staccare la Russia dalla Cina», concorda Fabbri. In questo gioco l’Europa rimane tagliata fuori, con la spada di Damocle dei dazi Usa che farebbero molto male all’economia tedesca ed italiana. Oltre a congelare la guerra nell’Est del Vecchio Continente, gli Usa chiedono un maggior impegno militare all’Unione e anche su questo la risposta di Bruxelles difficilmente sarà unitaria. L’Italia, fortemente indebitata e con un tasso di crescita dello zero virgola sempre più fievole, difficilmente riuscirà ad impegnarsi su questo piano. «L’impressione è che si stia esaurendo la spinta derivata dalle risorse attivate dalla Bce finanziando il Pnrr, che procede con lentezza – commenta Cottarelli – Le riforme sono state realizzate solo in parte. Le azioni previste non sembrano aver aumentato la capacità produttiva dell’economia italiana. Forse dobbiamo imparare dai Paesi del Sud Europa - Spagna Portogallo e Grecia - che stanno crescendo più di noi e tagliare la loro burocrazia».

Una maggiore coesione europea per avere più peso a livello internazionale è anche la richiesta delle imprese veronesi, come è emerso nel corso del talk condotto dal caporedattore de L’Arena, Paolo Dal Ben sulla complessa transizione del mercato, che ha coinvolto Emanuela Lucchini, presidente Ici Powering Evolution, Federico Furlani, president Simem ed il responsabile Ufficio Studi e partner PwC Italia, Sandro Bicocchi. «Non ci servono dazi, barriere o ideologie ma sostegno alla manifattura che è benessere e lavoro. Per interloquire sul piano internazionale l’Europa deve parlare con una sola voce e ascoltare di più le imprese», afferma Lucchini.

«Per contrastare il tornado Oltreoceano che è diventato Trump i nostri capi di Stato non devono mettersi in fila per compiacerlo. Le imprese da troppo tempo patiscono gli effetti delle crisi globali: il nostro gruppo ha dovuto chiudere uno stabilimento in Russia, aperto con un partner locale. Ora per non perdere gli Usa, nostro mercato principale dovremo aprire un sito produttivo negli States», tira le fila Furlani.

Sponsor

Main partner
Silver partner
Digital partner