«Se la guerra in Iran durerà poco a rimetterci, un po’, sarà la Cina che riceverà meno petrolio e gas liquefatto. Ma se durerà più di due settimane il danno sarà tutto per gli Stati Uniti perché le munizioni americane non sono infinite: secondo calcoli del Pentagono, se l’attacco durasse due mesi Whashington userebbero un terzo di tutti i missili d’alta quota a disposizione, quando invece sarebbero tutti necessari per contenere la Cina in caso di guerra. Il rischio di una guerra di questo tipo è alto, se i tempi si prolungano».
Dario Fabbri, analista geopolitico e direttore di Domino, ha iniziato il suo intervento mostrando una carta planisferica che racconta la competizione tra Usa e Cina, un filo del nostro tempo «che ci sembra incomprensibile e spaventoso, ma che sul piano analitico è semplice. Il mondo è segnato da questa competizione», ha detto. Trump incarna la stanchezza e la rabbia degli Stati Uniti, dopo decenni di guerre «inconcludenti» le ha definite Fabbri, spesso in Medio Oriente, «con un ritorno assai magro in termini di accrescimento o completamento della potenza statunitense mentre gli avversari, Cina e parzialmente Russia, nei primi anni Duemila ne approfittavano». Questo ha portato gli Usa a concentrarsi sul loro continente, sul Nord America: non era mai successo nella storia che la prima potenza del pianeta non fosse presente sulla massa eurasiatica. Gli Stati Uniti esistono nel loro continente, dove sanano le loro ferite, dove cercano di eliminare i nemici. I cinesi, appunto.
Questa ossessione li ha spinti a intervenire in Venezuela, dove Pechino attingeva il petrolio e dove Maduro aveva implementato un esteso sistema di controllo elettronico della popolazione basato sulla tecnologia cinese; questa ossessione li ha portati anche all’idea di far collassare il regime cubano per eliminare le mire di Pechino, e a sognare la Groenlandia dove, se i cinesi collocassero i propri missili, in pochi secondi potrebbero raggiungere gli Usa.
Questa ossessione, ha proseguito Fabbri, ha portato anche ai dazi: quelli rivolti all’Europa dovevano avere la funzione di drenare liquidità, «migliaia di miliardi» aveva previsto Trump, per aumentare spesa militare e tecnologica statunitense in funzione anti-cinese. Tuttavia ad oggi i dazi sono stati pagati soprattutto dagli importatori statunitensi. Quelli verso la Cina avrebbero avuto invece la funzione di ridurre il surplus commerciale cinese, impiegato per la difesa e per la tecnologia militare. Ma l’obiettivo Usa non è stato raggiunto.
E veniamo alla guerra in Iran. «Non centra nulla», ha ammesso Fabbri, «perché l’idea degli Usa era quella di ritirarsi nel proprio quadrante e dividere la Cina dalla Russia. L’Iran non centra niente ma gli Usa hanno un’idea messianica di sé stessi e tendono a cacciarsi nei guai. Gli iraniani non vogliono essere un Paese occidentale, non hanno mai chiesto di essere bombardati per raggiungere questo scopo né, d’altra parte, rappresentano una minaccia per gli Usa. Se la passano pure male, non hanno l’atomica. Non c’era alcuna necessità strategica alla base di questo attacco», ha scandito l’analista geopolitico, «ma Israele ha usato potenza statunitense a proprio scopo».
Cosa succederà ora? È una questione di tempo. Da quello si capirà chi, tra Cina e Usa, ci rimetterà di più da questo attacco.