Tra le due sponde dell’Atlantico la tensione è alle stelle. Donald Trump tuona che «l’Europa è stata creata per fregare gli Stati Uniti». E annuncia dazi del 25% «su auto e altre cose». A stretto giro, la replica dell’Ue: «Il nostro grande mercato unificato è una manna per gli Usa». Mentre l’ombra dei dazi si allunga sulle nostre aziende, già in difficoltà a causa della crisi tedesca, ci si chiede: cosa succederà?
A Top 500, una previsione è stata tratteggiata dall’economista Carlo Cottarelli, direttore del Programma per l’educazione nelle Scienze economiche e sociali dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’università Cattolica. Cottarelli, già commissario per la spending review nel 2013-14, ha esposto la sua chiave di lettura sulla diatriba Usa-Ue ad ampio raggio, ragionando insieme al direttore de L’Arena, Massimo Mamoli.
Professor Cottarelli, si stima che le aziende veronesi potrebbero perdere 180 milioni di euro a causa dei dazi. Si tratta ancora di annunci, non di fatti, ma ciò ha effetti su mercati e borse. Cosa ne pensa?
Non sono buone notizie. In una guerra dei dazi, l’Europa è più debole rispetto agli Stati Uniti, la cui economia è basata molto sulla domanda interna. L’Italia è al secondo posto in Ue per esportazioni, dopo la Germania: ovvio che abbiamo da perdere, benché gli Usa non siano il nostro primo mercato. Non so se una negoziazione avverrà dopo la proclamazione dei dazi, come nel caso di Canada e Messico, o dopo. Trump cercherà accordi con i singoli Paesi. Ma se vogliamo trattare, dobbiamo farlo come una squadra. Difficile mettere d’accordo 27 Paesi, senza un governo europeo, ma sarà fondamentale per avere più peso specifico.
Oggi, rispetto al passato, non esiste un’unica potenza egemone sullo scacchiere internazionale: questo come influisce?
Se ora le schermaglie sono tra Europa e Stati Uniti, nei prossimi anni lo scontro riguarderà Usa e Cina. Negli ultimi 80 anni, infatti, non abbiamo mai avuto «due galli in un pollaio». Non era così con l’Unione Sovietica, in grado di gareggiare con l’America sì a livello militare, ma non economico e geopolitico. Al contrario, oggi la Cina ha già un’economia più grande, per volume di produzione, rispetto a quella a stelle e strisce. Il sorpasso avvenne nel 2016 e la sua crescita rimane più veloce. La Cina, per esempio, produce il 54% dell’acciaio mondiale, 12 volte di più rispetto agli Stati Uniti. La sua debolezza riguarda invece le testate nucleari, 500 contro 3.700, e una spesa militare che è al 60% di quella statunitense. Ecco perché occorre strappare la Russia all’alleanza con la Cina, altrimenti avremo una nuova supremazia mondiale.
Sulla strategia da tenere riguardo alla guerra in Ucraina, il governo italiano è diviso. Lei auspica la costituzione di un debito europeo per difesa comune?
Lo auspico. Ma non credo avverrà oggi ciò che doveva avvenire 70 anni fa. L’Ue mantiene una spesa militare più alta della Russia, e penso che consentirà maggior debito agli Stati membri usando la clausola sul patto di stabilità; ma non vedo all’orizzonte il superamento di 27 forze armate a favore di un esercito europeo.
È tempo di tornare a parlare di crescita, ha detto il presidente di Confindustria, Orsini. Ma ciò che sta accadendo in Germania non è l’unico freno all’economica italiana. Come agire?
Nonostante l’Italia abbia goduto della ripresa post-Covid più rapida in area Euro, anche grazie al fiume di soldi provenienti prima dalla Banca Centrale (350 miliardi) e poi del Pnrr, ultimamente abbiamo subìto una battuta d’arresto. A un anno dal termine del Pnrr, siamo a crescita zero. Temo si stia esaurendo la spinta di tutte quelle risorse elargite dalle istituzioni. Dobbiamo inventarci qualcosa per avvicinarci al ritmo di crescita del sud Europa: ora i Paesi europei con le migliori performance sono Spagna, Portogallo e Grecia. Io metterei al primo posto, nell’agenda politica, la riduzione della burocrazia.
Con una spesa pubblica al 50% del Pil, un debito pubblico di 3mila miliardi e una crescita al rallentatore, ci serve un miracolo…
Ridurre il debito si può, e la strategia è la crescita economica. Se crescessimo di un punto percentuale in più, e risparmiassimo buona parte delle entrate addizionali, dopo 15 anni avremmo abbattuto il rapporto tra debito e Pil di 58 punti. Così facendo, il Portogallo è riuscito a tagliare il suo debito del 31%; il Belgio del 50% tra il 1996 e il 2007. Ma per crescere di più, serve fare le riforme.
Draghi è tornato a sollecitare una svolta profonda dell’Europa, sempre più urgente.
Sì, però purtroppo al momento in Ue non vedo questa volontà. Stiamo andando avanti, ma come se avessimo un elastico legato alle spalle. Come ha detto Enrico Letta, se non ci muoviamo insieme rischiamo l’irrilevanza: ci dividono due secoli di guerre, eppure dobbiamo riuscire a unirci per affrontare questo mondo globalizzato.
Crisi tedesca e ripercussioni sull’Italia e sul Veneto: quali previsioni, all’indomani della vittoria di Merz?
Vedo positivamente la sua elezione: Merz ha personalità e soprattutto è un europeista. Vedremo se riuscirà ad avere risultati sulla sua economia interna. Nel frattempo, spero che la Banca Centrale continui ad abbassare i tassi di interesse per aiutare tutti i Paesi europei, compresa la Germania.