Cosa rappresenta l’elezione di Trump per gli Stati Uniti e per il mondo? Cosa c’è sotto al tentativo di congelamento della guerra in Ucraina? E fino a quale punto si sta spingendo la competizione tra Usa e Cina? L’inizio del secondo mandato di Donald Trump alla guida degli Stati Uniti d’America segna una svolta nell’equilibrio globale tra economia, tecnologia e geopolitica, i cui effetti si stanno facendo sentire forte e chiaro a livello globale. Perché la presidenza di Trump, che ha annunciato urbi et orbi il via alla guerra dei dazi con l’Unione Europea, ha estremizzato l’insoddisfazione statunitense verso l’ordine internazionale contemporaneo. E verso gli europei in particolare. Rendendo Trump stesso protagonista di ogni lettura della complessità dello scenario mondiale contemporaneo.
Dall’America del neo presidente repubblicano, infatti, è partita l’analisi in pillole de «Il mondo del 2025» proposta dal direttore della rivista Domino, giornalista e saggista Dario Fabbri, durante l’appuntamento veronese «Top 500» organizzato dal gruppo editoriale Athesis e da PwC Italia focalizzato su «L’Europa e la difficile transizione del mercato». Passando dalle politiche interne americane ai dazi, alla guerra in Ucraina, ai rapporti con la Russia e ai piani contro la Cina.
«Trump non deve essere considerato un incidente della storia, una vertigine improvvisa che si esaurirà con lui, perché non rappresenta solo se stesso», afferma Fabbri. Con lui, avverte, c’è quell’America profonda che da anni patisce gli effetti della depressione e che l’ha votato. «Con lui ci sono gli americani stanchi e arrabbiati, che ce l’hanno con noi europei occidentali. Ci considerano ricchi alle loro spalle e vogliono essere risarciti: vogliono che paghiamo di più per la difesa, per sgravare il loro fardello securitario, e anche per esportare. È un sentimento talmente diffuso che ci dobbiamo fare i conti». Guai però, sostiene l’analista geopolitico, a considerare il presidente Usa un imperatore che può tutto. «Ha pochi poteri e spesso quello che dice non lo può attuare: tra gli ordini esecutivi approvati da Trump, quelli non sospesi dal giudice federale si contano sulle punte delle dita», sottolinea. «Il più grande datore di lavoro del pianeta è lo stato federale americano, con oltre cinque milioni di dipendenti a tempo indeterminato. Nessun altro Paese al mondo ha così tanti dipendenti statali, che riducono di molto il potere del presidente. Tant’è che negli Usa oggi è in corso una guerra civile, a bassa intensità, tra l’entourage trumpiano e gli apparati federali come il Dipartimento di stato, il Pentagono, la Cia, il Consiglio per la sicurezza nazionale, il Dipartimento del tesoro. Chi ha scelto Trump per condurre questa battaglia? Un personaggio singolare, Elon Musk. E questa guerra non ha l’obiettivo di ridurre gli sprechi, come si racconta, ma i poteri di questi apparati. Per aumentare quelli del presidente».
E arriviamo ai dazi per l’Ue. Solo minacce? «No, è un proposito molto concreto», sostiene Fabbri. Per applicarli è andato persino a scomodare la clausola di una legge del 1977, sottolinea, che autorizza il presidente ad applicare sanzioni in caso di emergenza nazionale. «Ci si è dovuto aggrappare, visto i poteri che non ha. Ed è la stessa usata già dall’amministrazione Biden per le sanzioni alla Russia. Il sentimento americano, infatti, è lo stesso anche se la narrazione è cambiata. Quella di Trump ci fa più paura perché violenta e oscena». Non è più la Russia, da ultimo, ad essere considerata dagli Usa il nemico principale. E la guerra in Ucraina ora l’America la vuole risolvere una volta per tutte, spiega Fabbri, «per staccare la Russia dalla Cina, arginandone la potenza economica. È questo l’obiettivo di Pentagono e Cia, che Trump veicola. Se i dazi sull’Ue sono pieni di rabbia, e arriveranno, quelli verso la Cina mirano a ridurne il surplus commerciale e a fermarne la capacità di spesa nell’innovazione tecnologica ai fini militari e nella ricchezza trasferita dalla costa all’entroterra». È l’economia come strumento per accrescere la potenza. È il mondo nel 2025.